Alain RABATEL, La costruzione testuale del punto di vista. Trad. it. e cura di Lorella MARTINELLI

di | 5 Febbraio 2026

Alain Rabatel, La costruzione testuale del punto di vista, Trad. it. e cura di Lorella MARTINELLI. Roma, TAB, (Collezione “Traduco”, n° 8), 2025, p. 320.

La Costruzione testuale del punto di vista di Alain Rabatel, edito per la prima volta nel 1998 da Delachaux et Niestlé e poi ristampato nel 2023, viene ora tradotto in italiano da Lorella Martinelli, con una prefazione di Stefano Vicari, all’interno della collana Traduco della casa editrice tab, dedicata alle opere dell’analisi del discorso detta “di scuola francese”. La ristampa nel 2023 per le edizioni Lambert-Lucas si inserisce all’interno della trilogia De la narratologie à la linguistique (“Dalla narratologia alla linguistica”), preceduta da Une histoire du point de vue (“Una storia del punto di vista”) e seguita da Argumenter en racontant (“Argomentare raccontando”), ancora non tradotti in italiano. La collocazione e soprattutto il percorso cronologico dell’opera e del pensiero di A. Rabatel sono sviluppati ampiamente nella ricca introduzione dall’autore, che mette in luce la storicità dell’opera: da cui la scelta di non mettersi al lavoro su una riedizione, ma di ristampare l’opera originaria, con le sue ingenuità e i suoi limiti, per rendere conto dello sviluppo del proprio pensiero, come le ultime tracce di uno sguardo ancora rivolto alla narratologia di Gérard Genette (con cui la Costruzione entra in polemica), come l’uso del termine “focalizzatore”, poi abbandonato in favore di “enunciatore primo” ed “enunciatore secondo”, con una adesione dichiarata alla proposta di Oswald Ducrot. Negli anni, la nozione di “punto di vista” (solitamente abbreviato in PDV) fuoriuscirà dall’ambito dell’interesse narratologico e verrà applicata ad altri tipi e generi di discorso, passando dai testi letterari a quelli filosofici, giornalistici, per poi passare alle nuove pratiche discorsive anche multimediali, come i meme. Il rapporto con la narratologia di Genette è, del resto, lo sfondo dell’opera: la sfida lanciata alla nozione di focalizzazione attraverso l’introduzione del PDV si dipana lungo tutto il testo, dedicato alla problematica della percezione rappresentata e i pensieri associati a tale percezione, che rimandano a un soggetto di coscienza, personaggio o narratore, in narrazioni eterodiegetiche (le narrazioni omodiegetiche saranno analizzate dall’autore in Homo narrans, 2008 [2020]). Il PDV diventa allora il ferro di lancia della polemica dell’autore nei confronti dell’approccio genettiano e della sua suddivisione in tre tipi di focalizzazione: una focalizzazione interna, associata ai pensieri e alle percezioni del personaggio (o del narratore omodiegetico); una focalizzazione esterna, che caratterizza enunciati o oggetti del discorso presentati come oggettivi, che non sarebbero quindi collegabili a una qualche origine enunciativa; e una focalizzazione zero, che si manifesta nell’assenza di focalizzazione,  nell’oggettivazione assoluta che dovrebbe caratterizzare il narratore onnisciente, o in una molteplicità di focalizzazioni variabili (interna, esterna, zero), a riprova anch’essa di un’onniscienza del narratore a cui si nega ogni possibile soggettività, una questione approfondita nel terzo capitolo. Tuttavia, l’idea dell’assenza totale di un’istanza enunciativa all’origine degli enunciati non sembra accettabile. Anche laddove non siano chiaramente identificabili un enunciatore primo (il narratore) o secondo (il personaggio), ossia laddove questi siano “cancellati” (“effacés”), le percezioni e/o pensieri rappresentati sono pur sempre riconducibili a un soggetto di coscienza; anche in “frasi senza parole”, ossia in assenza di un discorso riportato, è sempre possibile recuperare la soggettività di un terzo che non parla, ma la cui presenza traspare dal testo. Questa ricostruzione del soggetto percipiente è possibile grazie all’osservazione delle marcature linguistiche che esprimono e sviluppano il PDV, e che fondano la proposta teorica di A. Rabatel. Pur mettendo in guardia dalle semplificazioni e dalle formalizzazioni eccessive che rischiano di sclerotizzare un fenomeno complesso e mutevole, l’autore dedica i capitoli seguenti alla dimostrazione dei meccanismi linguistici che strutturano e permettono di identificare il PDV.

Il primo capitolo, “I parametri linguistici del punto di vista”, introduce una prima definizione di PDV, che l’autore affinerà nel corso del libro con definizioni successive, che portano alla luce aspetti diversi di una nozione sfaccettata. In questa prima fase, il PDV viene definito come “[l’]espressione di una percezione il cui processo, insieme alle qualificazioni e alle modulazioni, co-riferisce al soggetto percipiente e in un certo modo, esprime la soggettività di tale percezione” (p. 61). Immediatamente dopo, l’autore aggiunge due precisazioni: innanzitutto, malgrado l’affinità e i rimandi tra i fenomeni, il PDV non coincide con, né dipende dal discorso riportato. Il PDV non emerge dalle parole pronunciate dal personaggio – si tratterebbe in tal caso di una semplice manifestazione del discorso diretto, indiretto o indiretto libero; la sua specificità è quella di manifestarsi in alcuni enunciati narrativi, senza bisogno di un supporto nelle parole del personaggio. Inoltre, la soggettività a cui si fa riferimento è sia inevitabile (perché un soggetto percipiente è necessariamente all’origine delle percezioni), sia graduale (l’espressione linguistica può esprimere un grado minore o maggiore di soggettività). Ma di che soggettività stiamo parlando? Chi è questo terzo senza parola che lascia una traccia di sé nel testo?

A. Rabatel introduce qui una “disgiunzione tra enunciatore-focalizzatore e locutore-narratore negli enunciati alla terza persona” che “costruisce un soggetto di coscienza” (p. 65, corsivo dell’autore). Pur citando Ann Banfield e la sua nozione di “soggetto di coscienza” (Phrases sans parole. Théorie du récit et style indirect libre, 1995, trad. fr. di Narration and Representation in the Language of Fiction, 1982), nelle opere successive (come nell’introduzione già citata) apparirà più chiaramente il riferimento primario a O. Ducrot e la sua distinzione tra enunciatore e locutore (Le dire et le dit, 1984), ossia tra l’origine proiettiva e incarnata o modalizzata degli enunciati e l’istanza associata a una voce e a un corpo, con la sua fisicità, che produce e pronuncia gli enunciati. L’attenzione dell’autore passa quindi ai fenomeni linguistici che possono essere associati all’espressione di un PDV, fenomeni che “trasformano una semplice percezione in una percezione rappresentata”; o, per dirla altrimenti, che trasformano “ciò che era soltanto un abbozzo descrittivo assunto dal narratore in un vero e proprio PDV” (p. 75) a carico del personaggio. In altri termini, si passa dalla predicazione della percezione, che è cosa del narratore, alla rappresentazione della percezione, che emana da un’istanza enunciativa che può differire dal narratore e che il lettore ricostruisce per inferenza. Attraverso la percezione rappresentata che co-riferisce a una soggettività in terza persona, “il PDV allontana gli enunciati dalla sfera del narratore per costruire testualmente e unitamente alle modalità del discorso citato la sfera del personaggio” (ivi, corsivo dell’autore).

Se nel primo piano – “l’unico ambito oggettivo” (p. 112) in cui la sequenza della narrazione degli eventi si presenta come analoga a quella dei fatti stessi – il PDV può solo manifestarsi, nei secondi piani che si sganciano dalla narrazione in primo piano può svilupparsi pienamente e lasciare le sue tracce. Come dimostrano i numerosi esempi di testi narrativi, che A. Rabatel manipola per smontare e ricostruire i meccanismi che strutturano il PDV, è l’interazione tra diversi fenomeni che permette la costruzione di un PDV. Nello specifico, si tratta di “(1) un processo di aspettualizzazione in cui il focalizzatore dettaglia vari aspetti della propria percezione iniziale o ne commenta alcune caratteristiche; (2) un’opposizione tra i primi e i secondi piani del testo, che consente una sorta di distacco enunciativo da parte del focalizzatore, con i secondi piano che delineano il contesto del PDV; (3) la presenza di forma di visione secante, in particolare l’[imperfetto] […]; (4) una relazione semantica di tipo anaforico associativo […] tra le percezioni rappresentate nei secondi piani e la percezione predicata nei primi piani” (p. 115). Tali fenomeni linguistici emergono dall’analisi della referenziazione dell’oggetto visto o percepito, su cui si fonda l’identificazione dell’enunciatore che è responsabile di tali scelte di referenziazione (p. 122). L’analisi delle strategie di referenziazione consente quindi l’attribuzione di un PDV a un’istanza enunciativa – personaggio, o narratore.

Nel secondo capitolo, l’autore passa in rassegna i “commutatori del punto di vista del personaggio”, da cui il titolo del capitolo. Aggiungo una nota traduttiva di L. Martinelli, traduttrice e curatrice del volume: “commutatore” traduce qui il francese “embrayeur”, coerentemente con gli utilizzi precedenti del termine in ambito italiano. Si tratta di un insieme di “segnali che agiscono in rete” (p. 123) per indicare l’apertura del PDV del personaggio: (1) la presenza di un nome proprio, e il luogo in cui questo appare; (2) la presenza di un verbo di percezione e/o di processo mentale; (3) elementi lessicali come iponimi, iperonimi ed espressioni soggettive; e (4) aspetti sintattici come i presentativi e le costruzioni scisse. L’analisi di numerosi brani narrativi mostra l’apporto specifico di ciascun segnale, ma l’autore si sofferma in particolare sulla questione delle “espressioni soggettive”, che gli permette di affrontare la concezione della soggettività nelle analisi tradizionali. Erroneamente, dice l’autore, la soggettività viene riconosciuta soltanto nella focalizzazione interna, come un qualcosa che appartiene al personaggio; altrettanto erroneamente si crede che la focalizzazione esterna, così come la focalizzazione zero e in generale l’enunciazione storica nel senso di É. Benveniste, siano scevre da qualsiasi soggettività. La distinzione soggettività-oggettività è una falsa polarizzazione:  non si può prescindere dalla soggettività, ma è necessario pensarla in termini scalari, con espressioni che siano più o meno soggettivanti grazie all’utilizzo di valutatori, modulatori e connettori che costruiscono l’immagine della soggettività di un locutore e/o enunciatore (p. 154). E, tuttavia, tali indizi non sono sufficienti per individuare un PDV con chiarezza: sono quindi “indicatori di secondo livello” del PDV (p. 160) che contribuiscono all’attribuzione del PDV accanto agli indicatori principali, indicati nel capitolo precedente. In ogni caso, l’autore bada bene a che la nozione di PDV non sia banalizzata o eccessivamente semplificata: l’identificazione e l’attribuzione di un PDV, difatti, non possono basarsi su una singola espressione soggettiva, ma “su un insieme di espressioni soggettive convergenti, che siano supportate dalla costruzione testuale del personaggio e che possano essere riferite a un soggetto percipiente e a un processo di percezione chiaramente identificabili nel contesto” (p. 167).

Il quarto capitolo è speculare al precedente: l’autore vi tratta i “commutatori del punto di vista del narratore”, ribadendo la legittimità di un PDV del narratore. Di nuovo in polemica con la concezione genettiana, A. Rabatel riflette: laddove non vi sia un personaggio focalizzatore, si può realmente supporre l’assenza di un PDV? E ancora: perché immaginare una focalizzazione esterna o una focalizzazione zero (la cui distinzione non è in ogni caso supportata da criteri linguistici; p. 166), creando un’eccezione indebita a fronte degli stessi fenomeni linguistici?

Partendo da tali domande, il capitolo dimostra l’esistenza di un PDV del narratore attraverso un’analisi delle marcature che lo esprimono nel testo: in primo luogo, la marcatura esplicita indiretta, con verbi di percezione accompagnati da un soggetto indefinito o costruzioni impersonali, o ancora con percezioni non attribuite e non attribuibili al personaggio, di cui si dice che “non percepisce” qualcosa (il personaggio non vede, non sente, non è consapevole di qualcosa che viene invece rappresentato nel testo); quindi, con una marcatura implicita, attraverso la produzione di inferenze, anche minime; descrizioni vivide di oggetti; o nelle narrazioni che mettono in scena un’istanza di osservazione che si trova in più luoghi, nello stesso momento o che invece descrive una stessa situazione in momenti diversi, precedenti o successivi.

L’autore introduce in questo capitolo un aspetto ulteriore: la componente assiologica può esprimere attraverso denominazioni, rinominazioni, rimandi intertestuali una soggettività, anche marcata, del narratore. Nel ribadire la pertinenza della nozione di PDV anche per il narratore, A. Rabatel sottolinea l’errore di Genette, che consiste nel “trattare allo stesso modo fenomeni che riguardano la voce narrante e quelli che appartengono al mondo narrativo” (p. 221), ossia interpretare l’esistenza di scelte narrative (come la presenza di un narratore eterodiegetico onnisciente) e patti di lettura come prove dell’assenza di una soggettività dietro la narrazione. Al contrario, “[l]a soggettività, che emerge nei secondi piani dedicati alle percezioni, ai pensieri e ai giudizi in contesti di ‘frasi senza parole’, è talvolta così incisiva da giocare un ruolo fondamentale nella formulazione di interpretazioni legittime” – le interpretazioni, cioè, che sono giustificate dal testo stesso (p. 220).

Dopo aver individuato i meccanismi di costruzione del PDV del personaggio e del narratore, il capitolo conclusivo, “Il gioco dei punti di vista”, affronta il problema della corretta attribuzione del PDV e, di conseguenza, dell’interazione tra PDV del narratore e PDV del personaggio. Il PDV, infatti, non è sempre omogeneo; complesso, talvolta opaco o ambiguo, non è sempre facilmente distinguibile. Facendo leva sulle due nozioni di “profondità di prospettiva” e di “ampiezza della conoscenza”, A. Rabatel analizza il confronto tra la tradizionale “onniscienza” del narratore e il suo opposto, la presunta “restrizione” del personaggio (p. 228), mettendo in luce i casi che sparigliano tali presupposti: alternanze di profondità della prospettiva, variazioni nelle conoscenze, e la relazione complessa tra narratore e personaggio laddove il personaggio sia anche un narratore secondario. I parametri dell’ampiezza della conoscenza e della profondità di prospettiva vengono considerati come criteri scalari, tanto nella teoria che nella pratica (p. 258); ma l’interazione tra i due PDV non riguarda soltanto ampiezza e profondità, quanto anche aspetti valutativi ed empatici. Prendendo in prestito i concetti di “consonanza” e di “dissonanza” da Dorrit Cohn (recentemente tradotto in italiano: Menti trasparenti. Rappresentazioni narrative della vita interiore, 2025), studia la relazione tra le due voci che entrano in relazione polifonica, quella del personaggio e quella del narratore. Le due voci non sono sempre affini e, anzi, sono talvolta in contrasto: la relazione viene quindi definita in termini di congruenza/affinità (indicata come consonanza 2, per distinguerla dalla nozione di Cohn) o distanza/ostilità (dissonanza 2). Tali scarti o fusioni tra enunciati che sono l’espressione di diversi PDV vengono analizzati in base ai possibili effetti sull’interpretazione del lettore, sottolineando la natura dinamica e complessa delle dinamiche dei punti di vista, che non possono essere colte da un approccio univoco e monolitico.

Si conclude così il volume, con un nuovo ventaglio di nozioni teoriche, presentate all’interno di un percorso di lettura che potrebbe essere ben definito pedagogico: la chiarezza del testo, la puntualità dell’argomentazione che ribatte alle possibili obiezioni caso per caso, la costruzione progressiva della nozione di punto di vista, l’utilizzo eloquente degli esempi ne fanno un libro accessibile, pur nella sua ricchezza, anche a lettori in fase di formazione. Un’ultima parola va a questo punto per l’attenta traduzione di L. Martinelli, le cui scelte traduttive, illustrate nella presentazione, contribuiscono all’obiettivo della collana: trasportare e adattare i volumi fondamentali dell’analisi del discorso di origine francese e francofona per un ambito linguistico e disciplinare italiano, e farlo, come dichiara U. Eco nell’epigrafe alla collana, con “appassionata complicità”.

[Nora GATTIGLIA]